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Storia

Il percorso storico dell'Ospedale di Padova

L’assistenza sanitaria è sempre stata una necessità molto sentita e abbinata a forme di assistenza che oggi definiremmo “sociale”.
Nel medioevo a Padova dentro e fuori delle porte cittadine vi erano degli “ospitali” che come dice il nome erano adibiti ad accogliere indistintamente tutti i bisognosi di assistenza, sia locali che di passaggio.
Solo agli inizi del Quattrocento per volere di Baldo Bonafari e di sua moglie Sibilla de Cetto venne costruito il primo vero Ospedale urbano: L'Ospedale di San Francesco Grande, che occupava l'isolato tra le attuali vie San Francesco, del Santo e Galileo Galilei, nel centro storico di Padova.
Inoltre, pur conservando lo spirito caritatevole delle numerose Congregazioni e Fraglie che nel Medioevo offrivano ospitalità a malati, indigenti, esposti e pellegrini, l'Ospedale di San Francesco ebbe fin dall'origine quell'impostazione prettamente terapeutica che continuò a mantenere fino alla fine del Settecento.
L’idea di erigere un nuovo edificio ospedaliero per Padova risale alla seconda metà del Settecento quando ormai la struttura costruita all’inizio del Quattrocento si dibatteva tra gravi problemi gestionali uniti ad una localizzazione ormai inadeguata alle più avanzate esigenze della medicina e dell’igiene.
La sensibilità introdotta dal riformismo italiano settecentesco, fece prendere atto dell’inadeguatezza materiale del complesso ospedaliero di origine quattrocentesca, soprattutto da quando, nel 1764-65, l’ospedale divenne ufficialmente sede delle cliniche mediche e chirurgiche, quindi luogo di formazione accademica. Quella della commistione funzionale tra luogo di cura e di sperimentazione, proprio in ragione della presenza dell’università, sembra essere un aspetto specifico del caso patavino rispetto a molte altre strutture sorte altrove.
Fu Andrea Memmo, allora rappresentante della Serenissima a Padova e una delle figure di spicco della cultura riformista veneta, a far emergere in termini espliciti e istituzionali le forti mancanze che da tempo affliggevano l’antico istituto sanitario di S. Francesco Grande e a coinvolgere Domenico Cerato, pubblico professore di architettura e principale collaboratore per le questioni architettoniche del Provveditore. Suoi, infatti, sono alcuni disegni di rilievo del vecchio ospedale e alcune relazioni sulle necessità di spazi in vista dell’erezione di una nuova struttura.
Il convento dei Gesuiti quindi si prestava opportunamente non solo per l’articolazione edilizia già organizzata con grandi spazi aperti (due cortili e un grande orto) delimitati da corpi di fabbrica, ma per la vicinanza con l’acqua corrente e perché inserita in un’area presso le mura connotata da bassa densità edilizia. Vi era inoltre la presenza di una cappella posta in corrispondenza dell’angolo nordest dell’attuale complesso. La comoda accessibilità di questa piccola chiesa situata tra due «strade comuni» e aperta all’esterno fu evidentemente ripresa e potenziata nel progetto di Cerato che non rinunciò a uno degli aspetti caratteristici dell’architettura ospedaliera: la presenza di uno spazio sacro. La scelta della soluzione progettuale venne effettuata con il coinvolgimento di altre personalità, come il conte Andrea Zorzi, dilettante di architettura e soprattutto di Bernardino Maccaruzzi, architetto veneziano. Il suo apporto è registrato nelle tavole di disegno datate al 14 aprile 1779 e che registrano la versione definitiva del progetto. Nel modo in cui si sviluppa l’organismo architettonico nelle diverse tavole progettuali, traspare il tratto fondamentale del modo di concepire gli edifici pubblici da parte di Domenico Cerato: frutto di un attento studio di esperienze italiane e persino europee (per la Specola il processo di documentazione è certo). Non esistono dati che possano dimostrare con sicurezza la conoscenza diretta di edifici ospedalieri da parte dell’architetto. Lo stato degli studi appare del resto piuttosto frammentario qualora si voglia ricostruire la mappa delle relazioni intessute sulla base della circolazione di saperi e modelli.
Non c’è dubbio, inoltre, che esista una casistica a scala europea talmente ampia da richiedere un supplemento d’indagine (Thompson Goldin 1975). Il terreno del confronto tra ospedali risulta ancora più vischioso qualora ci si addentri nell’ambito della differenziazione delle funzioni sempre più evidente nel corso dell’età moderna. I casi più interessanti in Italia sotto questo punto di vista per il secolo XVIII sono i cosiddetti Alberghi dei Poveri, sebbene eretti con finalità per certi versi non sovrapponibili a quelle di un nosocomio. Quello di Napoli, ad esempio, iniziato nel 1752 e progettato da Ferdinando Fuga, con la sua facciata di circa trecento metri risponde all’esigenza di dotare la città partenopea di strutture urbane adeguate alle ambizioni dei Borbone e in particolare di Carlo III. Benché il progetto fin troppo ambizioso (avrebbe ospitato ottomila orfani, senzatetto, mendicanti e vagabondi) dovette subire una drastica riduzione, la composizione a quattro cortili allineati ai lati di quello centrale, occupato da una chiesa, determina uno sviluppo rettangolare simile a quello dell’ospedale padovano.
Per quello di Padova, Cerato sembra partire da una concezione tradizionale fondata sul chiostro come elemento distributivo. Per un certo periodo, a partire dal XV secolo, l’organizzazione planimetrica del convento si dimostrava infatti funzionale e adattabile agli scopi di un ospedale (Pesvner 1986). Nell’elaborare il progetto, Cerato mostra una sorta di ars combinatoria, in particolare nella disposizione planimetrica degli spazi, rivelando una capacità di variare il disegno dei blocchi e degli spazi via via aggregati, mantenendo sempre una precisa organizzazione verticale con le sale di degenza – a doppia altezza – al primo piano e i servizi principali al piano terra.
La serie di disegni, purtroppo non accompagnati da relazioni scritte che possano chiarire lo sviluppo del dibattito sull’organizzazione della nuova struttura, rivela come in un primo momento l’architetto ragioni su una struttura “a pettine” con due cortili aperti verso il fiume, attorno ai quali sono disposte le sale dei malati (con separazione tra maschi e femmine) e divisi da un blocco centrale distributivo che occupa tutta la profondità dell’edificio. L’apertura della struttura verso meridione derivava, evidentemente, dalla necessità di ottemperare a esigenze di ventilazione degli ambienti, uno dei temi più attentamente considerati dalla medicina del tempo. L’impianto studiato in seconda battuta, quindi, parte dallo schema a corti chiuse ampiamente utilizzato nei secoli precedenti, con alcuni esempi significativi a Venezia (dalle Zitelle ai Mendicanti) o a Roma (Incurabili). Tale soluzione viene poi accantonata a favore di una a tre cortili che sembra derivare da una riflessione sull’impianto nato dall’integrazione di due nuclei cruciformi con chiostro centrale circondato dagli ambienti più rappresentativi: una semplificazione dell’ospedale maggiore di Milano attribuito al Filarete. Il peristilio centrale studiato da Cerato sembra mediare la chiusura verso l’esterno del complesso, che osserva l’allineamento lungo la strada, una sorta di vincolo per il progetto presente in tutte le varianti. Il grande cortile (di 100x100 piedi padovani, 35,5 metri circa di lato), porticato e leggermente sopraelevato, diventa la soluzione che risolve le richieste della committenza: da un lato medico – sanitarie, legate alla massima areazione degli ambienti, dall’altro le esigenze di monumentalità e dignità formale, proprie di un grande edificio pubblico.
Nel marzo del 1778 iniziarono le demolizioni delle strutture del collegio dei Gesuiti e il 20 dicembre, con la presenza del Vescovo, fu celebrata la posa della prima pietra. Il cantiere durò molti anni anche a causa delle limitate risorse economiche a disposizione dell’istituto, integrate però da un’intensa attività di sostegno, svolta soprattutto dal vescovo Niccolò Antonio Giustiniani, per la raccolta di fondi da privati mediante donazioni, elemosine, lotti, spettacoli ecc. Nel corso della realizzazione, inoltre, furono introdotte alcune modifiche al piano originario, come ad esempio l’inserimento di uno scalone monumentale a tenaglia (oggi scomparso) fiancheggiato da aule per l’insegnamento clinico (fig. 4) Altri cambiamenti funzionali, in particolare, furono adottati sulla base dei suggerimenti espressi da Andrea Comparetti, titolare dell’insegnamento clinico dal 1787 (Baldini 1982). L’inaugurazione definitiva del nuovo edificio, quindi, avvenne alla fine di marzo del 1798 con il trasporto di tutti gli infermi presenti nelle vetuste infermerie del San Francesco, dopo alcuni anni convulsi seguiti alla caduta della Serenissima. Era l’inizio di una nuova fase nella storia della sanità patavina e nello sviluppo urbano. Lo sviluppo dell’attività assistenziale e di studio comportò, con il tempo, un visibile ampliamento delle strutture edilizie nel corso di questo secolo, facendo diventare l’Ospedale una città nella città di Padova.
Ospedale S. Francesco Grande, Ospedale Giustinianeo, Ospedale Civile: oggi Azienda Ospedaliera di Padova.
Campagna Bollini Rosa

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